Martedì 15 Maggio Degustazione Comparata di 6 Prestigiosissime Birre Italiane @ Cantina del Convento. Chieri (TO)

Annunci

16 thoughts on “Martedì 15 Maggio Degustazione Comparata di 6 Prestigiosissime Birre Italiane @ Cantina del Convento. Chieri (TO)

  1. Beh, io penso che in un paese come il nostro, dove la cultura e la tradizione viticola ed enologica ha rivestito sempre un ruolo di primo piano, il settore birraio può e deve appoggiarsi ANCHE (può essere una delle tante strade) al mondo del vino, in maniera tale da costruire una propria identità con il territorio. Se questo matrimonio non lo facciamo noi italiani a chi compete??? Ai francesi 🙂 ???

  2. Io sinceramente lo trovo patetico. Nel senso che non avendo stili, cultura, ingredienti propri si mutuano ingredienti e metodi enologici in campo birrario. E proprio per questo (mancanza di cultura e tradizione) si vedono queste birre come interessanti.

    Considerando che siamo in un Paese dove si rifermentano le basse perché molti birrai nostrani non conosco l’arresto della fermentazione e l’impiego degli zuccheri residui. Manca cioè l’ABC della birra ed allora s’inventano cose infilandoci metodi che appartengono alle nostre tradizioni, ma che con la birra non hanno niente a che fare.

    Quindi sull’onda dell’entusiasmo generale si accolgono certi prodotti, ma cosa ne pensereste se domani i Tedeschi presentassero vini fatti col mosto di birra?
    Non rimarreste inorriditi o perlomeno scettici?

    Già me li vedo i sommelier Italiani a giudicare vini Tedeschi fatti col mosto di birra. Ora immaginate cosa possa pensare un Tedesco delle birre Italiane fatte col mosto di vino.

    Sinceramente preferirei che i birrai nostrani si lanciassero in certi virtuosismi, dopo aver dimostrato di saper interpretare sapientemente gli stili classici. Mentre purtroppo si pretende di saper volare, senza prima aver imparato a camminare.

    • mi spiace ma non la penso cosi, condivido pienamente le parole di Diego, “senza sperimentazione non c’è innovazione”. Penso che nel nostro Paese tanti personaggi si siano improvvisati birrai cavalcando l’onda del successo che sta risquotendo la birra artigianale a livello nazionale, PUR NON AVENDO ANNI DI HOMEBREWING ALLE SPALLE, ed il fallimento secondo il mio punto di vista sta in quello (lasciando perdere lo stile che un birraio vuole interpretare che sia classico o innovativo), ma non è certamente il caso di Valter Loverier, Riccardo Franzosi e Nicola Perra ad esempio, parlando dei birrifici indicati sopra, poichè loro le ossa se le sono fatte in casa, compresi sicuramente tutti gli errori del caso in fase di sperimentazione.
      Io dico che se il prodotto è valido allora ben venga la sperimentazione, se il territorio italiano è vitivinicolo per tradizione perchè non sfruttare questa opportunità per crearci una propria identità anche in ambito brassicolo??? Certo condivido pienamente sul punto che la birra in questione deve mantenere un’elevato profilo qualitativo visto che senza qualità non andremo mai da nessuna parte.
      Saluti.
      Alex.

  3. sinceramente posso condividere quel che dice Cerevisia nel momento in cui ci si trova dinnanzi a birre e birrifici che fanno dell’improvvisazione e della moda il proprio filo conduttore ma non mi sembra proprio questo il caso: Loverbeer/Toccalmatto/Barley e Montegioco li reputo tra i migliori birrifici in Italia e non solo ed infatti a livello internazionale sono riconosciuti tra le eccellenze.
    Per quel che riguarda i tedeschi e la storia del vino col mosto di birra semplicemente assaggerei e giudicherei..senza sperimentazione non c’è innovazione e molte innovazioni nascono da storture ed errori della tradizione, per me quel che davvero conta è il prodotto finale.

  4. Posso solo risponderti che la sperimentazione è utile se fatta con nozioni tecniche di base, che t’assicuro in Italia sono quasi impossibili da acquisire. Personalmente adotto due misure una internazionale, confrontando quanto si fa in Italia, con il resto del mondo, e con questo metro di misura siamo a livelli pessimi. Poi ricalibro il metodo con la misura Italiana ed allora riconsidero il tutto.

    Personalmente non credo a nessun concorso o riconoscimento Internazionale, sia in ambito artigianale, sia in ambito industriale, dopo averne visti i risultati. Ad esempio medaglie d’oro a Menabrea, ma c’è pure di peggio, ho visto un concorso sulle Pils dove ha vinto una birra di Hong Kong, perciò i premi, i concorsi e le medaglie non mi fanno ne caldo ne freddo, non essendo un indicativo di qualità.

    Poi se vogliamo ben guardare sono 6.000 anni che l’uomo esegue esperimenti sulla birra e vale la frase non c’è niente di nuovo sotto il sole. In 6.000 anni s’è sperimentato di tutto, ma proprio di tutto compreso l’uso d’erbe allucinogene e/o velenose.

    L’unica tipologia nata per caso è la Pils, perché non è una vera e propria tipologia, ma più una sotto-tipologia, benché unica, dietro a tutte le altre ci sono state lunghe sperimentazioni, sino ad arrivare agli stili. Quelli rimasti, premiati dal pubblico, prodotti che bene o male si vendono e tantissimi altri stili che si sono persi nel tempo, perché alla fine il pubblico non li ha premiati.

    Inventare tipologie valide e durature, senza avere delle basi e capacità solide è utopia. Poi per inventarne ne potrei inventare una al giorno, ma farle apprezzare così da durare è tutta un’altra cosa.

    Bisogna anche considerare il fatto che la qualità di una birra è inversamente proporzionale all’esperienza di chi la beve. E per assurdo chi ha meno esperienza giudica meglio di chi ne ha poca. Fai una prova, fai assaggiare quelle birre a chi beve Peroni et simila, senza dirgli che è una birra artigianale e senza dirgli che è al mosto di vino e senza chiedergli cosa ne pensa. Se la riordina probabilmente mi sbaglio io, ma se ti chiede: che caspio mi hai dato? Allora……….

    Probabilmente sarebbe la stessa cosa che ti chiederebbero i sommelier Italiani, dopo aver assaggiato vini Tedeschi al mosto di birra. Penso che in questi casi ci troviamo più nella categoria: trovate per stupire, che nella categoria nuovi stili destinati a durare. Naturalmente senza nulla togliere ai birrifici citati, siamo semplicemente in Italia.

    • è un discorso infinito ragazzi, potremmo parlarne per delle ore con mille botta e risposta senza giungere ad una conclusione finale, è logico che le birre in questione siano rivolte ad un pubblico “avanzato”, senza nulla togliere ai neofiti che rappresentano il mercato di “domani”. Certamente non mi sognerei mai di proporre una birra del genere ad uno che beveva moretti sino a ieri sera, non senza fargli fare prima un determinato percorso culturale e degustativo in ambito brassicolo.
      La prima volta che assaggiai un lambic di cantillon (la geuze base), rimasi stupito (in senso negativo) da quel prodotto, ma quell’esperienza che ricordo come traumatica mi servì per far crescere in me una grande curiosità verso quel mondo sino a quel momento sconosciuto, arrivando oggi ad apprezzare quel prodotto, ma si tratta di un percorso graduale non “tutto e subito”.
      Secondo me lo stesso discorso può essere applicato alla produzione della birra, con i suoi stili classici e le sue innovazioni.
      Ri-saluti.
      Alex

  5. @Alex Rampini

    Penso che in un Paese come il nostro dove abbiamo una antica e solida tradizione enologica, dobbiamo lasciar perdere ciò che sappiamo ed imparare qualcosa a noi nuovo: fare la birra.

    Hai fatto l’esempio della Francia, Paese nel quale otre alla tradizione enologica hanno anche la tradizione birraria, tant’è che l’Alsazia viene chiamata la Baviera Francese. Eppure loro che hanno entrambe le tradizioni non fanno birre al mosto di vino o almeno non mi risulta, correggetemi se sbaglio.

    Ritenere l’esperienza home brewing l’unica valida per diventare professionisti in questo settore è a mio parere un errore. In altri Paesi cosiddetti Paesi birrari ci sono scuole birrarie dove si formano i mastri birrai e mai ci si sognerebbe di eleggere gli home brewer a detentori dell’arte birraria.

    Nelle scuole s’impara a fare birra, con l’home brewing ci si diverte a sperimentare. Per imparare a fare birra, bisogna ripetere la stessa ricetta parecchie volte, introducendo una variabile per volta, sino a capire qual’è quella migliore. L’home brewer fa tutte le volte una birra diversa e così è difficile imparare. Oltretutto introduce più variabili assieme, molto spesso sconclusionate, perché non ha le nozioni sui principi di funzionamento della microbiologia alla base di fermentazione e maturazione.

    Se a questo aggiungi che il metodo home brewing seguito in Italia è un unico metodo di produzione per tutti i tipi di birra. In pratica si impiega il metodo produttivo Anglosassone (completa attenuazione, priming, rifermentazione in bottiglia e maturazione) per qualsiasi tipo di birra. Quando ogni scuola birraria ha invece metodi produttivi diversi.

    In pratica il preparatore casalingo produce birre Tedesche, Ceche, Belghe, Inglesi, basse, alte, tutte rigorosamente con lo stesso metodo!! Mentre in ogni Paese birrario si adotta un metodo diverso da birra a birra. Addirittura la maggior parte degli home brewers non sa bene a cosa serva la maturazione, è c’è chi pretende di farla in un contenitore aperto!!

    Credimi io per lavoro spiego alla gente come si fa la birra ed è più facile spiegare come si fa una Weizen o una Lager ad uno che non ne ha la più pallida idea, che ad un home brewer che è convinto di poterle produrre come se fossero Ale.

    Prova ne è che tutti i birrifici Italiani hanno grossi problemi di costanza qualitativa e che in italia si parla di birra “non apposto”. Ti sembra possibile che birrai con 15 anni d’esperienza e che sono capaci di fare ottime birre, ci riescano 6 volte su 10 e le altre 4 volte la birra abbia problemi? Perché acida, piatta, sovra-saturata, infetta o quant’altro.

    Poi tanto di cappello ai birrai citati, ma comincerò a ritenerli ancora più bravi, quando sapranno dimostrare di saper interpretare sapientemente gli stili classici, diversi da quelli Anglosassoni e quando si smetterà di parlare di birre non apposto. Sino ad allora ho delle riserve a riguardo.

    • hai toccato un tema fondamentale, quello della “formazione”, io qualche settimana fa posi a Kuaska una domanda riguardo al perchè in Italia non esiste ancora una struttura seria che possa formare le persone nella produzione della birra, io studio enologia a Torino, e finita la triennale (ammesso che ci riesca) potrei iscrivermi ad un master in tecnologie birraie (perugia), però è l’unica soluzione, non c’è altra via perchè non c’è formazione in campo brassicolo.
      Complimenti per il sito, lo uso spesso per nutrire la mia curiosità.
      Alex

  6. cerevisia mi ritrovo nella tua critica alla cultura produttiva decisamente latente nel nostro paese, la mancanza di costanza qualitativa è una tragedia per i consumatori..però in questo caso non mi sento proprio di criticare gente come Loverier, Perra, Carilli e “Riccardino” perchè rittengo le LORO sperimentazioni/studi/errori/innovazioni semplicemente deliziose e, a onor del vero, raramente ho trovato le loro birre difettate.
    Magari Loverbeer non farà mai una buona Pils (e perchè dovrebbe farlo in fondo?) però la beerbrugna o la d’uvabeer sono a parer mio birre ottime oltre che a modo loro innovative (per quanto riguarda il nostro paese)

  7. @ Alex Rampini

    Per un centro di formazione valido c’è gente che ci sta lavorando, ci vorranno ancor mesi, ma se tutto va bene, la lacuna potrebbe essere colmata.

    @deLa
    Loverier fa delle birre interessanti, ma a chi si rivolge? La complessità dei prodotti implica il rivolgersi al mercato di nicchia dell’appassionato. Direi che siamo quasi alla nicchia nella nicchia e non so quanto possa attirare questo tipo di prodotti oltre il primo assaggio.

    Trovo assurdo che i birrifici per continuare a vendere debbano avere un catalogo di 20 prodotti. Perché seguono il filone dell’appassionato alla costante ricerca della novità. Quando invece basterebbero 4/5 prodotti che si fanno bere e non si fanno scordare per mantenere alte le entrate del birrificio.

    Fare tutti i mesi una nuova birra, implica un impiego di risorse molto elevato, eleva parecchio il fattore di rischio e non consente d’ottimizzare le risorse. Tradotto mantiene alti i costi e rende più difficile stabilizzare la qualità. Oltre al doversi inventare sempre cose nuove tipo le anfore, le botti, nuove luppolature, degorgement, ingredienti esotici, ecc.
    Carilli vuole fare le basse, già su cronache si parla di una Pils rifermentata in bottiglia. Che sarebbe come dire un passito di Pantelleria con metodo Champenoise!!!
    Un bassa rifermentata in bottiglia non sta ne in cielo ne in terra è una contraddizione in termini.

    A parte che si confonde la birra rifermentata in bottiglia, con la birra maturata in bottiglia, che sono due cose molto diverse, ma questo è un errore molto comune. Ma per rifermentare in bottiglia una Pils e perché questa si possa poi conservare, per più di un giorno, bisogna per forza di cose usare un lievito, che con la Pils non ha niente a che fare.

    Quindi è già scontato che sarà fatta col priming. In pratica si fa una birra di scuola Ceca con un metodo Anglosassone. L’unico modo per conservare una vera Pils, senza pastorizzare è la catena del freddo.

    Non avendo ne gli ingredienti adatti, ne i metodi adatti non potrà essere una Pils. In pratica è la dimostrazione di quanto affermavo nei messaggi precedenti, si segue il metodo home brewing, non il metodo giusto. E per giusto intendo quello tradizionale che si segue da secoli e da secoli s’insegna nelle scuole preposte.

    Eppure moltissimi assaggiandola grideranno al miracolo, semplicemente perché non hanno mai assaggiato una vera Pils. Dubito che anche Carilli abbia mai assaggiato una vera Pils, visto come intende produrla e la scelta degli ingredienti. Questo è il livello purtroppo, birrai che non conoscono le corrette procedure e seguono il metodo HB e consumatori che gridano al miracolo, perché non conoscono le caratteristiche che contraddistinguono le tipologie.

    Quindi tutti contenti, i birrai vendono, i consumatori bevono, beata ignoranza. E l’Italia continua a stare alla birra, come la Norvegia sta al vino. Mi piacerebbe vedere un giorno un birraio che volendo lavorare per bene, vada a studiarsi approfonditamente una tipologia, prima di pensare d’interpretarla, studiando i metodi corretti ed andando alla ricerca degli ingredienti adatti. Questo è chiedere troppo?

  8. Bella serata, “padrone di casa” molto cordiale e competente;
    birre in forma e di alto livello,su tutte ha spiccato il barley wine di Barley davvero intenso e ricco di profumi, loverbeer grandissimo e bello acidello,sopratutto la beerbera del 2009 che ho trovato decisamente meglio amalgamata ed elegante rispetto ad una d’uvabeer del 2011 che lascerei ad invecchiare ancora qualche tempo.
    Montegioco con la sua Tibir fresca, fruttata e lievemente acidula si conferma birra eccezionale per la stagione calda.
    Toccalmatto invece mi ha deluso un pò con la strong ale invecchiata in botti di grappa: tanninicità ed astringenza eccessiva, sembra che la botte abbia completamente prosciugato il corpo della birra e l’astringenza arrivava dopo una corsa brevissima in bocca allappando la bocca e rendendo la beva poco piacevole; diverso il discorso per la russian imperial stout: possente e lievemente brettatata ha tirato fuori un bel fruttato esotico nel finale che andava a sposarsi alla grande con i sentori tipici della stout.
    Gente cordiale ed interessata, bella Alex alla prossima!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...